Grazia Deledda e l’albero delle giuggiole….

giu“Il Giuggiolo, Zizyphus vulgaris Lamark, è una piccolo albero originario della Cina settentrionale, da dove arrivò in Asia occidentale 2500-3000 anni avanti Cristo, e quindi nella regione mediterranea ove naturalizzò. Zizyphusderiverebbe da Zizouf, nome arabo della pianta.[…] Il frutto, grande come un’oliva, di sapore dolce acidulo e di colore rosso bruno, risulta particolarmente ricco in zuccheri (30 g per 100 g di parte edibile), possiede un valore calorico relativamente elevato rispetto ad altra frutta fresca (120 calorie/100 g); contiene inoltre elevate quantità di vitamina C (40 mg) e ciò lo rende simile agli agrumi. Può essere consumato fresco o impiegato per la preparazione di marmellate e conserve. I frutti sono dotati di proprietà emollienti e bechiche, antinfiammatorie e blandamente sedative (flavonoidi): grazie a tali proprietà vengono impiegati negli stati infiammatori e catarrali a carico dell’apparato respiratorio. Le giuggiole rientrano nella composizione della tisana dei quattro frutti, che associa, in parti uguali, giuggiola,datteri, fichi secchi e uva secca. Tali frutti sono chiamati dalla tradizione medica del passato,  frutti pettorali in quanto veniva loro riconosciuta una certa efficacia in caso di raffreddori, bronchiti e in genere nei disturbi a carico dell’apparato respiratorio.[…] I frutti essiccati (datteri cinesi) sono usati in Cina nel trattamento dell’insonnia dovuta ad astenia fisica. Bizzarrini G., (1940) riporta che “I contadini delle colline toscane conservano nelle loro case le zizzole infilate a coroncina, quale riserva invernale per i casi di tosse stizzosa o d’infreddatura ribelle, nei quali la capoccia ammannisce un buon decotto di giuggiole e tutto rimedia con l’arte dei semplici”[…] In Sardegna il frutto era consumato fresco o essiccato (anche al forno).
A questo proposito ecco una bellissima descrizione sulla bontà di questo frutto scritta da Grazie Deledda: “Ecco il cortile del nonno, prima che il padre di Giulio emigrasse e facesse anche una certa fortuna in città: il cortile è ingombro di laterizi, perché anche il nonno è capomastro: ma in mezzo sorge un albero bellissimo, con le foglie di un verde come ritagliato in una seta tinta col vetriolo: e tra una foglia e l’altra innumerevoli frutti piccoli e scarlatti, che sembrano duri e invece a mangiarli sono dolci e teneri, d’una tenerezza un po’ resistente che si prolunga, si fa succhiare, si concede a poco a poco per meglio farsi godere. È l’albero delle giuggiole.” (Deledda G., Sole d’estate, Treves, Milano 1933).”
(Tratto da “Piante medicinali in Sardegna“)

Enrica Campanini

 

 

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