Nomadi? Meglio “cercatori”. Angela Terzani racconta a Federica Morrone

foto AngelaQuando Tiziano Terzani parlava di Angela usava sempre questa espressione “la mia meravigliosa moglie” e nessun altro aggettivo potrebbe descriverla meglio.

Hanno trascorso insieme 47 anni, amandosi, condividendo, viaggiando, con la capacità di essere, nel contempo, vicinissimi e distanti. Si sono trasferiti insieme nei diversi luoghi dell’Asia dove hanno abitato con i figli; ma Tiziano partiva anche per altri viaggi, zone di guerra, luoghi pericolosi. Senza internet e spesso senza nemmeno il telefono, per settimane non avevano contatti, questo non modificava il sentire reciproco.

La loro esperienza trasmette un’idea sana dell’amore che non è necessariamente svegliarsi ogni mattina nel medesimo letto, ma scegliere ogni giorno di stare dalla stessa parte.

Sulla tua vita con Tiziano e’ stato detto davvero tutto. Parlano i vostri libri, le interviste, le descrizioni degli amici. Eppure non si esaurisce il gusto di porgerti domande.Lo slancio interiore che spinge ad andare, quella curiosità per un altrove identificabile solo partendo; credi sia congenito, giunga con un’intuizione o che vada in qualche modo stimolato ?

Intanto cosa vuol dire nomade? Se nomade vuol dire essere senza terra, Tiziano non lo era, perché sentiva forte di appartenere a una terra, ed era l’Italia. Se nomade vuole dire girovago, zingaro, Tiziano era l’opposto. Lui viaggiava non per distrarsi, perdersi, dilettarsi; viaggiava alla ricerca di una risposta. Era curioso della diversità del mondo, delle culture che nei vari angoli della terra avevano trovato risposte diverse dalle nostre alle domande che nascono con la vita.

Ma fin da giovane il suo viaggiare era anche legato a un preciso interesse politico. É per questo che ha fatto il giornalista. La sua partenza per l’Asia è stata determinata innanzitutto dal voler vedere e capire la guerra in Vietnam, poi dal voler conoscere il comunismo in Cina, altri sistemi politici. La spinta a partire gli veniva dal desiderio di imparare qualcosa che avrebbe poi raccontato a quelli rimasti a casa. Concepiva il suo viaggiare come una professione. Sulla sua tomba voleva che si mettessero solo le due date e la scritta “Viaggiatore”.

Nei tuoi libri hai raccontato i giorni in Cina ed in Giappone. Come sono oggi i tuoi giorni?

La mia vita oggi è quella di qualcuno che fa ordine in casa dopo una lunga festa. Spazza, sposta i mobili, raccatta le carte… E facendo questo scopre dei fogli mai visti prima che rivelano un dettaglio interessante, scopre un libro che non aveva mai aperto, una stoffa, qualcosa che non aveva mai notato. Allora si ferma e ci ripensa e si diverte a vedere la festa anche in una nuova luce, con un nuovo significato.

Lo scrittore e viaggiatore Sylvain Tesson in “Piccolo trattato sull’immensità’ del mondo” parla di “un’altra categoria di nomadi, che non guidano greggi, non appartengono ad alcun gruppo. Si accontentano di viaggiare silenziosamente, per se stessi, talvolta all’interno di se stessi. /…/ Il loro unico segno distintivo è il non riuscire a sopportare che il sole, al suo sorgere, parta senza di loro”. Per chi pensi potrebbe essere appropriata questa definizione?

Per i pensatori, per i poeti, per i pittori, per i Mozart di questa terra, per tutti quelli che si pongono una domanda o hanno una visione e vogliono riuscire a trasmetterla attraverso la loro arte. E per loro ogni giornata che si leva col sole è preziosa. Non vogliono perderla.

Riconoscendo in sé stessi un animo nomade è sempre necessario andare lontano per assecondarlo

Un animo nomade cos’è? É un animo curioso? Ci sono tanti modi per soddisfare la curiosità. I libri sono lì anche per questo.

Per il nomade è comunque necessario andare lontano. Per il cercatore,  il viaggiatore che cerca il viaggio può essere anche solo interiore. Può soddisfarsi leggendo, contemplando, ascoltando.

Mentre Tiziano raccontava a Folco la sua vita, raccolta ora nel bellissimo libro La fine è il mio inizio (Longanesi), eravate tutti insieme nella casa dell’Orsigna, “l’Himalaya toscano”. Nome appropriato, qui lo sguardo si perde tra le montagne, l’albero ha gli occhi e i rumori sono solo quelli della natura. Cosa pensavi in quei momenti vedendoli l’uno accanto all’altro, padre e figlio, intenti a parlare?

Pensavo che per un padre arrivato alla fine della sua vita non c’è forse niente di più bello dell’avere davanti a sé  un figlio che è curioso di ascoltare quel che ha da dirgli, così che qualcosa del padre continuerà a vivere in lui.

Il fenomeno di cui molto si parla, definito Terzanismo, rischia di prendere una strada distante da quello che era il pensiero di Tiziano. Come contenerlo?

Il Terzanismo è una cosa. É l’adattamento della figura di Tiziano alle esigenze di molti che da lui si sono in qualche modo sentiti capiti.Tiziano Terzani è un’altra, è quasi ancora tutto da scoprire. É un pensiero complesso, il suo, originale, per molti versi coraggioso, un pensiero formatosi tra Oriente e Occidente attraverso la conoscenza delle due culture.Non direi che il Terzanismo debba essere contenuto. Ognuno è libero di adattare un pensiero a se stesso. Vorrei soltanto che Tiziano Terzani e il Terzanismo non venissero identificati e confusi, come alcuni invece hanno tentato di fare. Sono due mondi distinti.

Hai detto che per Tiziano era impossibile condurre una vita normale, considerava il fermarsi come una perdita di tempo. Come si concilia, se si concilia, questa inquietudine con la quotidianità?

Difficilmente si concilia. Tiziano non era fatto per la quotidianità. Cercava dovunque una risposta chiara e questa non è facile che emerga dalla quotidianità, che per sua natura è caotica, approssimata, lo sappiamo. Cercava dovunque anche la bellezza, la bellezza di un momento d’armonia, di una situazione bella anche all’occhio. Cercava in qualche modo la perfezione. E la quotidianità, si sa, è imperfetta, è fugace.

Hai mai immaginato come sarebbe stata la tua vita se non avessi conosciuto Tiziano a 18 anni? Ti sei sentita trascinata dal suo nomadismo, o con lui si è acceso un desiderio di viaggiare che comunque ti apparteneva?

Mi sono sentita trascinata da Tiziano in tutti i sensi: dal suo cercare, dai suoi ideali, dal suo entusiasmo per la vita e il mondo. Da sola mi sarei accontentata di molto meno. Lui mi ha insegnato ad aspirare a di più. Che questo si sia poi espresso nel viaggiare non è il punto. Il punto è l’aspirazione. Detto questo, viaggiare mi è piaciuto moltissimo e non mi è mai stato difficile partire  lasciandomi alle spalle il conosciuto.

Folco è speso in giro, India, foresta amazzonica, Stati Uniti… Saskia vive a Londra e sembra essere disponibile a nuovi spostamenti. Nell’indole dei tuoi figli permane quindi l’impronta di quell’intenso viaggiare fin da piccoli. Ne sei felice o vorresti averli più vicini?

Vorrei che, come Tiziano, come me, i nostri figli possano seguire le loro inclinazioni, qualsiasi esse siano. E da quando lo fanno ci sentiamo complici, proprio amici, e ci parliamo spesso – anche perché, diversamente da quando eravamo giovani e lontani noi – oggi si può viaggiare continuando a comunicare con casa: un vantaggio ma anche uno svantaggio. Ogni tanto poi ci ritroviamo tutti insieme e allora c’è sempre molto da raccontare ed è bello vederli arricchiti dalla vita che fanno. Come io cerco di arricchirmi con la mia.

Perfino quando si e’ ammalato, Tiziano ha seguito il suo istinto nomade, continuando a viaggiare fuori e dentro se stesso, tracciando un sentiero significativo. Credi che nel motivo dell’enorme successo dei suoi libri ci sia anche una sorta di richiamo alla coscienza delle persone?

L’istinto nomade di Tiziano, come abbiamo già detto prima, è in verità l’istinto del cercatore. Per questo ha continuato a viaggiare sempre, anche durante la malattia. Viaggiava per imparare, per capire. Alla fine si è messo ad esplorare altri spazi: quello spirituale, quello dell’uomo davanti all’universo. E, sì, credo che questo ultimo suo viaggio sia stato per i suoi lettori il più significativo, quello da cui ha riportato alcune delle risposte che in questo momento loro aspettavano.

Credi esista una forma di nomadismo interiore?

Se nomadismo significa girovagare, vagabondare senza meta, allora è quello che  facciamo tutti il più del tempo, dentro di noi. Il cercatore invece fa un viaggio alla ricerca di qualcosa di preciso da riportare a casa nelle sue valigie, un viaggio esteriore e interiore insieme.  E quello è un personaggio raro.

Federica Morrone

 

 

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