In viaggio

IMG_0171Parlare di viaggio. Impresa non facile, la parola ha già in sé mondi diversi.

Parlarne senza distinguere il dentro dal fuori, l’avventura dall’esperienza, la fuga dalla ricerca.

Ho iniziato a viaggiare piccolissima, poiché figlia di un ex ragazzo che aveva a lungo girovagato con lo zaino in spalla e mezzi di fortuna, dall’autostop a un vecchio furgone con tre marce. Tutt’altro che seguace della beat generation, unico discendente di una buona famiglia del sud, ottimo studente, oggi uomo di legge. Tipo serio, fin troppo visto con occhi da adolescente; solo ora, a distanza di anni, riconosco una vena di sana follia che si manifestava al momento di partire.

Noi viaggiavamo, non andavamo in vacanza. Mai fatte vacanze con i miei genitori, l’idea di restare nello stesso posto per più di due notti li atterriva, figuriamoci quindi il classico mese al mare.

Andare ogni giorno con una meta più ideale che concreta, rigorosamente partendo in macchina per arrivare magari su altitudini sperdute all’interno della Turchia.

Una coppia e due bambine, una bionda e una mora, che dormivano in stanze messe a disposizione in case private, facevano colazione con proprietari e spesso latte appena munto; che avevano appena qualche istante per giocare quando incontravano altri bambini.

Avrei voluto alle volte fermarmi di più, assaporare meglio, stringere amicizie; desideravo interagire con i coetanei, vagheggiavo innocenti vibrazioni sentimentali estive.

Sognavo.

Ricordo ancora i miei sogni lungo strade polverose e curve nauseabonde; salendo verso un cielo limpido, scoprendo il mare d’improvviso dietro un bosco.

Nel viaggio sognavo di viaggiare, mi immaginavo grande, con accanto il ragazzo da amare per sempre, con i tempi dell’anima e dei passi.

Queste divagazioni distoglievano la mia attenzione dal presente, dal panorama che avevo di fronte, dal: «guarda!», «lo sai che…», «un tempo qui».  Atteggiamento intollerabile per i miei. E per me il loro.

Rinunciavo di buon grado – riuscivo a percepire il senso e la magia di quel modo di andare – alla vacanza divertimento, a superflui ma piacevoli godimenti (amici, giochi, musica); però non volevo essere privata della libertà dei miei pensieri.

Così mi sono ancorata, con impetuosa ribellione, ancor di più all’immaginazione. Sono diventata una irrecuperabile sognatrice a tutti gli effetti.

Puck del Sogno di una notte di mezza estate era mio complice; sapeva sintetizzare le intuizioni del mio cuore: «Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni».

I libri erano il mio viaggio, la mia ricerca, la mia fuga. Ho letto troppo e troppo presto. Dimenticato, nei particolari, quasi tutto. Parole e anime sedimentano dentro me. Ognuno degli scrittori che amavo a suo modo era un viaggiatore. Viaggi filosofici, spirituali, fisici, mentali.

Hesse, Dostoevskij, Goethe, Kerouac, Tolstoj, Camus, Mann, Yourcenar, Chatwin, Jung. I grandi poeti classici fino ad arrivare a Montale, Neruda, Hikmet.

La fantasia era la mia coperta calda.

Il cielo di stelle l’universo cui implorare risposte.

Adoravo uscire con il buio di nascosto in punta di piedi a casa e nei viaggi. La mia memoria arriva a prima dei tre anni, tempo in cui ho lasciato un luogo che non ho più abitato. Saltavo fuori dal letto – cercavano inutilmente di trattenermi con le sponde – ero un abile saltatrice, aprivo la finestra del balcone e mi mettevo con il naso all’insù. Ho sempre guardato in alto.

Quando ci siamo trasferiti in una casa di campagna con un grande giardino, la mia camera aveva una porta finestra, non ho mai smesso di fuggire.

Nei viaggi uscivo la notte in case estranee o piccoli alberghi, mi piaceva ascoltare i rumori nuovi che facevano paura; avvertire respiri, immaginare chi prima di me aveva calpestato quei sassi.

Percepisco da sempre l’eterna esistenza senza dogmi, un soffio vitale che si agita dentro preciso come una certezza. Ricordo Ilio, le voci degli eroi e dei perdenti, l’umiliazione e la vittoria, il cantastorie cieco conosciuto a scuola.

Una narrazione di Baudelaire mi porge un’idea del pensiero del viaggiatore. Non ricordo in quale libro l’abbia letta, probabilmente nei Poemetti in prosa, l’ho prestato tempo fa senza riceverlo indietro. La tengo a mente dai 14 anni, la memoria avrà perso sicuramente parole e virgole.

«Chi ami di più uomo enigmatico. Dì, tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello».

«Non ho ne’ padre, ne’ madre, ne’ sorella, ne’ fratello».

«La tua patria?»

«Non so sotto quale latitudine sia».

«L’oro? »

«Lo odio come voi odiate Dio».

«La bellezza?»

«L’amerei volentieri ma dea ed immortale».

«Cosa ami dunque o straniero straordinario? »

«Amo le nuvole…le nuvole che passano…là…lontano…le nuvole meravigliose».

Ho lentamente, negli anni, iniziato a viaggiare verso una direzione. Comprendendo l’errore del possesso, dei rapporti dipendenti, vittima e carnefice, dell’inutile fatica di alcune relazioni e dei litigi. I sentimenti sono semplici, naturali, immediati. Da adolescenti si soffre, si imboccano i sensi unici, struggendosi per un altro/a che non si accorge di noi o peggio se ne accorge male. Alcuni hanno solo sofferto credendosi innamorati senza vivere l’amore. Se non si ha paura di crescere (e crescere senza paura è un dono prezioso) l’incontro è spontaneo, senza muri, le cose succedono, ed è bello.

L’unico viaggio in cui sento di stare a un buon punto (e non intendo tornare indietro) è quello del cuore. Sciocco retrocedere solo perché troppi hanno ancora maschere, strategie, catene. Credo che il mio disarmo renda superflua la battaglia e che esista un amore libero di esprimersi, passionale, coinvolgente, ragionato e istintivo; in cui riconoscersi perdersi trovarsi senza prigionieri, vinti o sconfitti.  Forse mi illudo, ma è un’illusione per cui vale la pena rischiare.

Per tutto il resto ne ho di strada da compiere, di cose da imparare, e sono felice di farlo. In barca, a piedi, in un libro; ascoltando parole, restando in silenzio a osservare.

Importanti letteratura, amici, maestri, ma poi ognuno segue un percorso. Ognuno coglie il proprio senso. Io che comunque da tragica teatrale drammatica adolescente, sono diventata una donna equilibratamente ottimista e incline all’ironia, intravedo il mio. Non ho ricette valide per tutti, solo neonata esperienza.

Guardare dentro e intorno con i propri occhi, evitando quando possibile condizionamenti esterni, psichedelici, rumorosi. Conoscere l’incanto di ciò che è immobile, mutante, in cammino, senza volerlo trattenere solo perché ci piace. Quello che ci appartiene arriva comunque, quello che deve andare va.

Comunicare dal profondo di sé stessi, amare le nuvole, amare con purezza. Di quell’amore senza bisogno, vivo, movimentato, magistralmente raccontato da Fromm.

Continuando il viaggio.

 

Federica Morrone

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *